Ogni tanto mi piace lasciare la bicicletta addossata ad un muro e perdermi in altre storie di sport. Vivo e sono cresciuto a Firenze. Ne vivo la passione per la squadra di calcio, da tifoso, senza eccessi da ultras.
Il 2026 è poi l’anno del centenario della fondazione della Fiorentina, che ha, come ho scritto QUI, le sue radici nel ciclismo degli anni ’20.
Ieri sera c’è stato uno degli eventi di avvicinamento alla data ufficiale di nascita (29 agosto). “Solo per la maglia” il titolo, curato dalla Regione Toscana e da una radio fiorentina.
Sul palco sono sfilate tante vecchie glorie, divise per decenni. Se i più vicini temporalmente sono ancora freschi nella memoria, e solo un po’ invecchiati, più ci siamo addentrati a ritroso nel tempo più i famosi calciatori lasciano il posto ad arzilli anziani.
È prevalso il senso romantico, o meglio è riemerso prepotente. Un’altra Italia, un’altra Firenze. I calciatori, come i ciclisti, dei privilegiati, ma anche gente del popolo. Le squadre che sono vissute come famiglie. Rapporti umani che si sono conservati attraverso il tempo, intatti e generosi.
Fa impressione che il figlio di Julinho che abbia preso un aereo dal Brasile per ricordare il passato viola del padre. Commosso incontro col figlio di Montuori.
E poi le maglie. Varie tonalità di viola, quelle bianche, di lana o sintetiche. Con varie forme del giglio, ma comunque cariche di ricordi di famiglia (gelosamente conservate dai parenti presenti) e del popolo viola.
Lo so, mi sono dilungato, ma tutto questo preambolo, oltre ad introdurre il climax, è utile per capire il tempo del primo scudetto viola (stagione 1955-56).
La Firenze degli anni ’50, fuori dalla recente guerra. Fatta di speranze che cominciano a sbocciare e botteghe. Quello scudetto che accese in modo viscerale la città, un entusiasmo indelebile. La Fiorentina era una piccola società, rispetto alle grandi squadre del nord.
Scrive Leonardo Raveggi: «Firenze è infatti la prima città non settentrionale a vincere lo scudetto nel Dopoguerra e la seconda in assoluto dopo Roma nel 1942. Lo scudetto viola è anche una vittoria dell’Italia del centro-sud su quella del nord. Una vittoria dell’Italia artigiana su quella industriale che l’ha sempre surclassata economicamente e, di conseguenza, anche calcisticamente. È il grido di orgoglio di una città che, ancora impegnata nella ricostruzione dei danni della guerra (i ponti sull’Arno sono ancora dei cantieri), grazie al calcio riesce a essere protagonista della scena nazionale»
Una piccola società che deve premiare i proprio giocatori per l’impresa fatta. Oltre ad un compenso in denaro viene consegnata ad ogni giocatore una coperta viola con giglio e scudetto tessuti sopra.
Ieri sera al teatro Niccolini la Signora Cervato ha portato la sua per mostrarla.
La cosa, ovviamente, ha destato curiosità. Si era persa la memoria di questa coperta.
La domanda successiva è stata quella di chi l’abbia confezionata. Tra le ipotesi quella delle Sorelle Tortelli, maglificio di via Gioberti, che in quegli anni realizzava sia maglie da ciclismo che da calcio. Ho contattato una parente, ma la risposta è stata negativa. Per la soluzione mi viene in aiuto la storia della società. Sempre Raveggi scrive: «Il presidente della squadra viola è l’imprenditore tessile pratese Enrico Befani, che l’ha rilevata nel 1952». Quindi è lo stesso presidente che realizza in casa la coperta per i suoi giocatori.
Sono passati tanti anni. Il senso di appartenenza è rimasto solo per i tifosi. I giocatori passano. Alcuni lasciano mirabili ricordi di giocate da lustrarsi gli occhi. altri a malapena li ritrovi negli annuari. Ma quel piccolo gesto del presidente imprenditore tessile scalda ancora il cuore.
Marco Pasquini
